Erri De Luca a LetterAltura: «Sono diventato scrittore perché hanno inventato la penna biro»
giu 26
Racconta storie Erri De Luca. Per passione, non per lavoro. «Ho fatto per molto tempo mestieri manuali. E per molto tempo la scrittura è venuta in fondo alle giornate, in contrasto, separata da quelle giornate prese e vendute per salario. La scrittura è rimasta questo per me: il tempo migliore, il tempo salvato, il tempo separato dal resto della giornata. E’ un’attività festiva, non un lavoro».
E la passione del raccontare si sente, risuona in ogni parola, in ogni frase, in ogni aneddoto che si sviluppa, diventa storia, si trasforma in altra storia, porta lontano da dove si è partiti.
Racconta la vita, Erri De Luca: «Non sono autore delle storie che scrivo, le pesco dalla vita mia e altrui. So già come vanno a finire perché le ho già vissute o le ho già viste vivere».
E così comincia l’incontro con il pubblico di LettarAltura presentandosi: «Mi chiamo Erri De Luca» e raccontando il perché di quel nome e il perché di quella grafia particolare. Ci introduce nel suo mondo, quello della sua famiglia, della nonna vissuta in America e acui deve il suo nome. Del padre da cui ha ereditato la passione per la montagna, i libri e la letteratura. «Sono cresciuto in una stanza che non era la “mia” stanza, era la stanza dei suoi libri».
Ed è diventato scrittore anche perché è stata inventata la penna biro. Quando alle Scuole Medie gli fu concesso di usarla, al posto di penna e calamaio, provò per la prima volta il piacere dello scorrere della mano sulla carta, il fluire dell’inchiostro che forma le frasi e i racconti.
E poi l’attività politica, anche questa passione ereditata dal padre che ha sempre avuto il rimorso di non essere stato presente e attivo nella lotta antifascista napoletana.
E’ un fiume in piena Erri De Luca, ci trascina sull’Arca di Noè, quando l’umanità è stata dispersa per la prima volta e costruisce davanti ai nostri occhi la torre montagna impermeabile che ha portato la divinità a disperdere l’umanità una seconda volta, inventando le lingue.
«”Non si è di nessuna parte finché non si ha un morto sotto terra” scrive Gabriel Garcia Marquez in Cent’anni di solitudine. Io penso invece che non si è di nessuna parte finché non se ne parla la lingua, finché non si è stati invitati a ballare a una festa di matrimonio» dice Erri De Luca evocando la sua esperienza di emigrato.
Un’incontro emozionante, divertente, ricco. Che si chiude con una nota di commozione: Erri De Luca legge la poesia dedicata alla madre che apre il suo libro “Il contraro di uno“.
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